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    Cieca storpia e abbandonata dai genitori, ma scelta da Dio

    16/06/2026 | 16min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8575

    CIECA, STORPIA E ABBANDONATA DAI GENITORI, MA SCELTA DA DIO
     
    Il Castello della Metola, dove nacque Margherita nel 1287, era una fortezza posta sulla cresta di un'alta montagna, situata nella parte meridionale di Massa Trabaria. In quell'epoca tardo-medioevale Massa Trabaria, già possedimento dello Stato Pontificio, incuneata tra le potenti città di Firenze, Arezzo e Perugia, era stata proclamata Repubblica da Papa Innocenzo III e solidamente fortificata per la sua posizione strategica. Tutta la regione era aspramente montagnosa e coperta da fitte boscaglie; le strade erano scarse e primitive; i villaggi sorgevano isolati. Il castello della Metola dominava dall'alto tutta la zona godendo di una splendida vista sulla via maestra che univa le città di Mercatello e di Sant'Angelo in Vado; era stato costruito con un sistema tale di difesa da risultare pressoché inespugnabile.
    Per questo, quando il padre di Margherita, Parisio, lo aveva conquistato togliendolo agli abitanti di Gubbio, aveva suscitato un tale entusiasmo per la sua valorosa impresa che gli era stata offerta la fortezza e tutto il vasto possedimento che la circondava. Lassù, Parisio aveva portato la giovane sposa Emilia ed aveva atteso con gioia la nascita di un erede che perpetuasse il suo nome. Quale nobile condottiero, ricco ed orgoglioso, pieno di sogni gloriosi per l'avvenire di quel figlio, aveva ordinato grandi festeggiamenti per il lieto evento, ma la delusione dei due sposi non poté essere più cocente quando s'accorsero che era nata una bambina cieca e deforme, destinata ad essere gobba e storpia.
    L'orgoglio chiuse il loro cuore ai sentimenti di amore materno e paterno: decisero di nascondere a tutti la loro disgrazia affidando la bimba ad una donna di servizio e ordinandole di tenerla sempre nascosta. Nel modo più segreto possibile fu portata alla cattedrale di Mercatello per essere battezzata col nome di Margherita, soltanto perché il cappellano della fortezza lo aveva chiesto.
    UNA CELLA VICINO ALLA CHIESA
    Margherita, crescendo, manifestò una straordinaria intelligenza e imparò ben presto ad orientarsi girando per il castello, senza mai avvicinarsi alle stanze dei genitori che non volevano correre il rischio di incontrarla. Un giorno - Margherita aveva sei anni - vennero alla Metola alcuni visitatori e mentre la piccola si recava nella cappella a pregare, fu vista da una delle dame ospiti, che ovviamente fu incuriosita dalla presenza di quella bambina cieca e storpia.
    Per evitare in futuro di correre ancora il rischio che quella sua figlia deforme venisse scoperta, Parisio escogitò un piano: fece costruire una cella vicino alla chiesa di Santa Maria della Fortezza, che si trovava a quattrocento metri dal castello, in piena boscaglia, e vi rinchiuse la figlia costringendola a vivere come una reclusa, con l'unica possibilità di passare il tempo a pregare, in attesa che da una finestrella le venisse porto un po' di cibo.
    In quella gelida prigione, consapevole di essere rifiutata per il suo fisico anormale, Margherita avrebbe potuto crescere con l'odio in cuore per il trattamento subito, ma Dio vegliava su quell'anima a Lui cara e illuminò la sua intelligenza con la divina sapienza, facendole comprendere che era stata creata per amarLo e trovare così eterna e perfetta felicità. La bimba capì che per raggiungere un alto grado nell'amore di Dio, non è necessaria la vista, né un fisico perfetto, ma soltanto seguire l'esempio di Gesù Crocifisso e unire le nostre sofferenze alle sue. Nove anni rimase in quella cella, ricevendo frequenti visite dal cappellano che la istruiva nelle vie di Dio e rare visite dalla mamma.
    Per amore di Gesù si impose dei lunghi digiuni e riuscì a procurarsi anche un cilicio. Mantenne il suo temperamento allegro e luminoso, accettando il dolore fisico e morale come una grazia speciale del Signore.
    Fu tirata fuori da quell'orribile luogo a causa della guerra: Massa Trabaria era stata invasa dai nemici e se fossero arrivati vicini al castello, avrebbero scoperto la fanciulla prigioniera. Margherita finì in un luogo peggiore, cioè nella cantina del palazzo di suo padre a Mercatello, con un pagliericcio ed una vecchia panca per arredamento e le regole dei carcerati da osservare. Niente più conforti religiosi, come Santa Messa, Comunione, visite del cappellano, ma una tremenda solitudine e tanta angoscia per gli esiti della guerra. La fede e la fiducia in Dio l'aiutarono a superare la prova di quelle tribolazioni e a fortificarsi per il terribile cambiamento di vita che l'aspettava.
    CITTÀ DI CASTELLO
    Cessato il pericolo della guerra, i genitori decisero di condurla a Città di Castello, sulla tomba di Fra Giacomo, un francescano morto da poco tempo in fama di santità, nella speranza che un miracolo potesse donare la luce agli occhi spenti della loro figlia e guarirla dalla sua deformità.
    Il viaggio attraverso gli Appennini per giungere nella valle del fiume Tevere, sulle cui sponde sorge Città di Castello, fu lungo e disagevole, né Margherita poté godere della vista del panorama; il peggio però l'attendeva proprio là dove il seme della speranza avrebbe dovuto fiorire in gioia per l'avvenire: delusi dal mancato miracolo, i nobili castellani della Metola presero la via del ritorno di nascosto, abbandonandola a se stessa per liberarsi per sempre di lei.
    Quando la ragazza (era intorno ai quindici anni) se ne rese conto, il buio intorno a lei fu più fitto e il gelo le morse il cuore: possibile che fosse stata abbandonata in quella città del tutto sconosciuta? Eppure questa era l'amara realtà!
    «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» dice il salmista: fu così anche per lei. Dopo un breve tempo trascorso come mendicante, senza un tetto sotto il quale ripararsi dalle intemperie, Margherita trovò una calda accoglienza presso le famiglie povere della città che la ospitarono a turno, ammirandone la gentilezza, la pazienza e l'inalterabile serenità. Con la preghiera continua ella ricompensava i suoi benefattori, ottenendo grazie di ordine materiale e morale alle loro famiglie.
    IL RIFIUTO DI OGNI COMPROMESSO
    Intorno ai vent'anni fu accolta in un monastero dove, con il cuore traboccante di gioia, iniziò il suo cammino di perfezione spirituale impegnandosi ad osservare la Regola propria di quell'Ordine di cui l'antico biografo non ci rivela il nome. Purtroppo in quel monastero si era spento il primitivo fervore e le monache vivevano nella rilassatezza e nello spirito mondano; dopo un po' di mesi, la condotta di quella novizia cieca che si atteneva in fatto di silenzio, di povertà, di clausura e di raccoglimento alle prescrizioni della Regola, divenne un fattore di disagio nel convento, un tacito ma eloquente rimprovero per la comunità.
    Poiché Margherita rifiutava ogni compromesso con la sua coscienza pur sapendo che rischiava di perdere ancora una volta la sicurezza di un tetto per l'avvenire, fu dimessa dal monastero e si ritrovò sola e abbandonata per la via. La grazia di Dio l'aiutò ancora una volta a superare il difficile momento col pensiero che anche Gesù era stato rifiutato dai suoi e che lei ora non poteva ritirare l'offerta che aveva fatto di se stessa a Dio fin da piccola.
    Un nuovo genere di sofferenza l'attendeva: la derisione e il disprezzo pubblico di chi spargeva chiacchiere malevole sul suo conto, insultandola con frasi sprezzanti e motivando la sua cacciata dal monastero col fatto che non era stata in grado di adattarsi alla vita delle monache per mancanza di virtù.
    Fu in questo doloroso periodo che la povera cieca incontrò nella chiesa della Carità, affidata ai Frati Domenicani, le Mantellate, laiche appartenenti all'Ordine della Penitenza di San Domenico, che vivevano in casa propria ma osservavano una Regola austera ed indossavano l'abito religioso domenicano.
    CONTEMPLARE DIO E TRASMETTERLO CON LA PREGHIERA E LA PENITENZA
    Margherita vi fu accolta, benché venissero ammesse soltanto donne vedove in età matura, perché ella dava prova di seria virtù e perché il suo fisico menomato la metteva al riparo da qualsiasi leggerezza di gioventù. Così la povera mendicante senza tetto divenne anche pubblicamente sposa di Cristo: quale sorte migliore poteva desiderare colei che agli occhi degli uomini pareva un brutto scherzo della natura? Come San Paolo, ella poteva proclamare: «Chi mi separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la fame... la cecità, il fisico deforme? Ma in tutte queste cose sono più che vincitrice per virtù di Colui che mi ha amata».
    Entrando a far parte di una famiglia religiosa, Margherita trovò fratelli e sorelle ed un grande ideale per cui spendersi: contemplare Dio e trasmetterLo con la preghiera e la penitenza, poiché la cecità le impediva lo studio. Le preghiere, compresi tutti i 150 salmi, le aveva imparate a memoria. Di penitenze non era mai sazia, soprattutto dopo aver scoperto che San Domenico le praticava quale mezzo potente per ottenere la salvezza delle anime.
    Nonostante le sue disgrazie fisiche, praticava un intenso apostolato di misericordia presso i malati e i moribondi e sollevava i cuori afflitti con una conversazione opportuna che tutto riconduceva all'Amore di Dio. Aveva una predilezione particolare per San Giuseppe e di lui parlava sempre volentieri, finché l'interlocutore era disposto ad ascoltarla!
    Entrando nel Terz'Ordine Domenicano, cessarono per Margherita le difficoltà economiche perché fu accolta nella casa di una famiglia appartenente all'alta società, gli Offrenducci. Per un po' di anni visse co
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    San Giorgio non dialoga col drago, ma lo combatte e lo uccide

    09/06/2026 | 8min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8569

    SAN GIORGIO NON DIALOGA COL DRAGO, MA LO COMBATTE E LO UCCIDE
    di Roberto de Mattei
     
    Nel suo libro Fisionomie di santi, lo scrittore francese Ernest Hello dedica un profilo a San Giorgio, definendolo "uno dei santi più illustri e dimenticati; illustri ieri, dimenticati oggi". Hello scriveva il suo libro nel 1879; oggi San Giorgio non è solo dimenticato, ma nella Chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, la sua memoria è stata addirittura retrocessa a festa liturgica facoltativa, forse perché san Giorgio è il santo guerriero per eccellenza, antitetico al modello del cattolico pacifista oggi dominante. 
    San Giorgio nacque probabilmente in Cappadocia tra il 275 e il 285, e morì martire a Nicomedia intorno al 303. I suoi genitori erano cristiani: il padre Geronzio, di origine persiana, e la madre Policromia, cappadoce. Educato nella fede, crebbe nella disciplina e nel timore di Dio. A diciassette anni abbracciò la carriera militare sotto l'imperatore Diocleziano. Si distinse per coraggio e rettitudine, divenendo tribunus militum, cioè un ufficiale di alto grado dell'esercito romano. 
    Nel 303, l'anno in cui più infuriava la persecuzione di Diocleziano, Giorgio si presentò all'imperatore e ardì rimproverarlo, confessando di essere cristiano. Fu torturato in tutti i modi possibili, ma continuò a professare la sua fede. Lo fustigarono fino a mettere le ossa allo scoperto, lo gettarono in una fossa ardente, gli applicarono stivaletti roventi ai piedi, ma Giorgio continuava a soffrire senza arrendersi. Più volte dato per morto, Giorgio risorse miracolosamente, convertendo testimoni e soldati, tra cui il comandante Anatolio. Persino l'imperatrice Alessandra, colpita dalla sua fede, abbracciò il cristianesimo e subì il martirio. Alla fine l'ufficiale cristiano chiese di essere condotto davanti al tempio dove si adoravano gli dei. Diocleziano pensò di averlo finalmente piegato. Ma Giorgio, rivolgendosi all'idolo, dopo aver fatto il segno della croce gli chiese: "Vuoi che ti faccia sacrifici come a Dio?". Allora il demonio, forzato alla confessione rispose: "Non sono Dio. Non c'è altro Dio al di fuori di quello che tu predichi". Poi gli idoli del tempio caddero in polvere. A questo punto l'imperatore ordinò di decapitare il milite cristiano. In quel tempo ciò accadde a molti martiri. Il Signore li fece sopravvivere ad inauditi tormenti, permettendo che morissero solo per mezzo della decapitazione. 

    MEGALOMARTIRE
    San Giorgio è entrato nella storia, come "Megalomartire", cioè grande testimone della fede, ed è venerato soprattutto in Oriente. Ma egli è celebre per un altro episodio, tramandatoci dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine, che è una raccolta medioevale non di leggende, ma di testimonianze storiche. Nei dintorni della città di Silena, in Libia, un mostro terribile, che viveva in un lago, terrorizzava la popolazione, precipitandosi su animali o su uomini. Si cercò di placarlo dandogli ogni giorno due pecore, ma presto i greggi finirono e si consultò l'oracolo. Questi rispose che, per sfamarlo, bisognava servire al dragone, vittime umane da tirare a sorte. Questa storia non è inverosimile. Gli oracoli pagani, ispirati dal demonio, chiedevano spesso sacrifici umani per placare gli dei e solo il Cristianesimo interruppe questa pratica infernale. La sorte designò un giorno come vittima la figlia del Re. Il sovrano rifiutò di concedere la figlia, ma il popolo iniziò a rivoltarsi, circondando il palazzo e minacciando la famiglia reale. A questo punto il Re cedette e consegnò la figlia alla folla, per immolarla al drago. La giovane attendeva la sua sorte sulle rive del lago, quando le apparve un soldato cristiano, che la rassicurò, invitandola ad avere fiducia nel nome di Cristo. Quando il drago emerse, Giorgio, salito a cavallo, lo affrontò nel nome del Signore, e lo trafisse da parte a parte con la sua lancia. Poi condusse il mostro ferito fino alla città e promise di ucciderlo, a condizione della conversione del popolo. Il Re fu battezzato e ventimila uomini con lui, senza contare le donne e i bambini. Giorgio rifiutò ogni ricompensa e andò verso il suo destino, che sarebbe stato il martirio. 
    Il dato più antico e più solido della memoria cristiana di san Giorgio è la sua morte sotto Diocleziano. Eppure, l'immagine di san Giorgio che domina ovunque - dalle icone bizantine agli affreschi medievali, fino alla pittura rinascimentale - è quella del cavaliere che trafigge il drago. Questa scena, al di là della sua storicità, ha un valore simbolico. Il drago ci ricorda che esistono nemici, non solo dei singoli individui, ma delle collettività umane. Sotto le sembianze del drago potremmo raffigurare la Rivoluzione anticristiana che da secoli aggredisce la Civiltà cristiana. San Giorgio è il cristiano, o il gruppo di cristiani che, armati di fede, combattono e annientano il nemico.

    SENZA TIMORE FINO ALLA VITTORIA
    Se la lotta di san Giorgio contro il drago può essere messa in dubbio dalla critica storica, non può esserlo un altro episodio, tramandato da testimoni. Il 15 luglio 1099, nel corso della Prima Crociata bandita dal Papa beato Urbano II, quando i crociati giunsero alle porte di Gerusalemme, san Giorgio apparve rivestito di una bianca armatura su cui risplendeva, rossa, la croce e fece segno ai combattenti di seguirlo senza timore fino alla vittoria. Lo stesso accadde nella battaglia di Antiochia. Da allora san Giorgio è il patrono non solo della lotta, ma del trionfo sul nemico, e come tale è stato invocato nei secoli. 
    Particolarmente forte fu la devozione nella Repubblica di Genova, il cui vessillo - croce rossa in campo bianco - divenne simbolo del santo. Il grido "Genova e San Giorgio!" accompagnava i combattenti in battaglia. Anche Venezia lo venerò, dopo san Marco, come suo speciale protettore. Ma nessuna provincia del mondo cattolico sorpassò l'Inghilterra nell'ossequio reso a questo santo, venerato fin dal IX e X secolo. Un concilio nazionale, tenuto ad Oxford nel 1222, ordinò che la festa del grande Martire fosse di precetto in tutta l'Inghilterra per onorarlo quale protettore del popolo inglese. In Italia, le città e i comuni di cui san Giorgio è patrono sono più di cento. Il suo cranio, portato a Roma dall'Oriente, nell'VIII secolo, è custodito a Roma nella chiesa di San Giorgio al Velabro.
    La memoria liturgica di san Giorgio si celebra il 23 aprile, giorno della sua nascita al cielo. In Georgia, terra che porta il suo nome, il santo è venerato con particolare solennità anche il 23 novembre.
    Oggi abbiamo bisogno della protezione di san Giorgio, e dobbiamo invocarlo perché infonda spirito combattivo e conduca alla vittoria tutti coloro che hanno la responsabilità, o la vocazione, di difendere il popolo cristiano dai suoi nemici.
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    San Lorenzo da Brindisi, missionario fra gli eretici

    14/04/2026 | 10min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8506

    SAN LORENZO DA BRINDISI, MISSIONARIO FRA GLI ERETICI
    di Suor M. Simona Pia Müller
     
    Una splendida figura dell'Ordine dei Cappuccini è San Lorenzo da Brindisi, missionario fra gli eretici. La Chiesa universale celebra la sua festa il 23 luglio. Più conosciuto nell'Ordine come Vicario generale, apostolo in Europa e Dottore della Chiesa, l'aspetto missionario di questo grande Santo è poco conosciuto dalla maggioranza delle persone. Esaminiamo più attentamente quest'aspetto nella speranza di essere contagiati anche noi dal suo zelo per la salvezza delle anime.
    Il Santo nacque a Brindisi il 22 luglio 1559 da genitori di alta cultura: Guglielmo Rossi ed Elisabetta Masella. Prima della nascita del futuro missionario, i genitori si erano trasferiti da Venezia a Brindisi per motivi politici.
    Iddio aveva benedetto Giulio Cesare (nome di Battesimo del Santo) con tante doti naturali che sotto la guida della pia mamma furono indirizzate verso il Signore. La sua capacità di parlare in pubblico e di entusiasmare le folle fu scoperta quando il bambino aveva solo 6 anni, quando ebbe l'occasione di fare in pubblico un discorso religioso che accattivò l'attenzione di tutti, facendo intravedere in lui un futuro grande predicatore.
    Il papà di Giulio Cesare morì quando il figlio era ancora giovane. All'età di 12 anni il pio fanciullo avvertì la chiamata di consacrarsi a Dio nella vita religiosa e in modo particolare nell'Ordine francescano. Troppo giovane ancora per essere accettato come novizio tra i Frati Minori Conventuali presenti a Brindisi, venne accolto da loro solo come aspirante, dandogli così la possibilità di indossare l'abitino francescano. Contento e sereno fra le mura del convento, il fratino si dedicò allo studio, alla preghiera e alla penitenza. La pace goduta a Brindisi però era destinata a durare poco. I turchi minacciavano d'invadere le coste dell'Italia e la famiglia Rossi si trasferì di nuovo a Venezia, dove il giovane Giulio Cesare fu affidato alla cura di uno zio Sacerdote diocesano. Dovette quindi spogliarsi dell'abitino francescano per indossare la talare secolare, ma nell'anima del giovane il desiderio di appartenere all'Ordine francescano e di indossare di nuovo l'abito serafico non si spense mai. Giulio Cesare ebbe in seguito la possibilità di visitare spesso il convento de Cappuccini di Giudecca, sull'isola della laguna di Venezia. Innamoratosi sempre più della povertà estrema dei figli di San Francesco, chiese di potersi aggregare alla loro famiglia religiosa. Il 17 febbraio del 1575 entro nell'Ordine dei Frati Minori Cappuccini assumendo il nome di fra Lorenzo da Brindisi.
    PURIFICARE DAGLI ERETICI
    Fin dall'inizio, fra Lorenzo si dedicò all'osservanza perfetta delle più piccole prescrizioni della vita conventuale, rispettoso e sottomesso ai Superiori e caritatevole verso i confratelli, diventando un modello di perfezione religiosa. Il 24 marzo 1576 si consacrò solennemente a Dio. Dopo l'emissione dei voti, fra Lorenzo andò a Padova dove studiò Filosofia, Teologia e varie lingue, fra le quali il greco, l'ebraico, il caldeo, il siriaco, il tedesco, il francese e lo spagnolo. Sembrava che il futuro apostolo e missionario avesse un dono particolare per l'apprendimento delle lingue straniere; arrivò, infatti, a una conoscenza cosi profonda delle suddette lingue che era capace di predicare in ognuna di esse. Possedeva inoltre una memoria formidabile.
    Fra Lorenzo fu ordinato Sacerdote a Venezia il 18 dicembre 1582. Iniziò cosi l'apostolato della predicazione in varie città d'Italia, quali Padova, Vicenza, Verona, Pavia, Genova e Napoli. Già durante questo periodo, padre Lorenzo fece vari miracoli di guarigione. I Papa Clemente VIII, avendo sentito le meraviglie operate per mezzo del Santo, lo chiamò a Roma e gli affido l'incarico di predicare e di confutare gli ebrei. Con una bibbia ebraica in mano, padre Lorenzo fece a loro un corso di conferenze che convertirono varie persone alla fede cattolica. Fra il 1587 e il 1598, fu spostato in vari conventi dell'Ordine, coprendo diversi incarichi importanti.
    Nel frattempo l'imperatore di Germania, Rodolfo II, chiese al Pontefice un gruppo di Cappuccini per purificare la terra tedesca da vari gruppi di eretici, ossia gli ussiti, i picardi, i luterani, i calvinisti, i giudei. In più, la Germania era minacciata dall'invasione dei turchi. Padre Lorenzo partì a capo di un gruppo di undici confratelli Sacerdoti e due confratelli conversi. Innumerevoli furono le fatiche e gli stenti, i pericoli e le persecuzioni sostenuti dagli intrepidi missionari. I nemici della Chiesa Cattolica, allarmati per la loro comparsa in quelle regioni, tentarono in mille modi di frustrare la loro opera. Con il sostegno dell'Imperatore, però, San Lorenzo fondò tre conventi per i suoi religiosi, uno a Praga, uno a Vienna e il terzo a Gratz. Con la loro permanenza in quelle regioni, i santi missionari continuarono a purificare la zona dagli eretici e il bene che facevano era sempre più ostacolato dai nemici del Cattolicesimo.
    MAMMA, LI TURCHI
    Contemporaneamente Maometto III, figlio di Amurat, invase l'Ungheria, insieme alla sua armata formidabile. L'Imperatore chiese aiuto al Papa che inviò 10.000 uomini. Le truppe Alemanne si unirono a questi uomini, con il Duca di Mercoeur al capo. Al fianco del Duca ci fu padre Lorenzo da Brindisi, che incoraggiò i soldati, tramutandoli in altrettanti eroi. Il Santo precedeva il gruppo con il crocifisso in mano ed eccitava i soldati a non avere paura, a combattere da forti, sicuri della vittoria. La battaglia contro i turchi si svolse ad Alba Reale; il combattimento durò otto giorni durante i quali i turchi perdettero 30.000 soldati, ritirandosi umiliati e vinti. Il santo Cappuccino fu valoroso in questa battaglia: sul dorso di un cavallo, sempre con il crocifisso in mano, fu visto correre da un capo all'altro del campo per incoraggiare i soldati. Dopo la battaglia, il Santo partì per la Germania, e volle portare con sé un'immagine della Madonna, rinchiusa in una cassetta insieme a fiorellini freschi e odorosi. Grazie alla presenza dell'immagine, i fiori, seppure privi di acqua e di luce, miracolosamente rimasero tali quali per vari mesi, segno dell'amore filiale e ardente verso la Mamma celeste e segreto del successo che il Santo aveva nella vita apostolica. La sua devozione alla Madonna cresceva ogni giorno di più e, grazie a uno speciale indulto, poteva celebrare la Santa Messa in suo onore quasi tutti i giorni.
    All'età di 43 anni padre Lorenzo venne eletto Vicario generale dell'Ordine, per cui si mise a visitare a piedi le province di Milano, la Svizzera, la Germania, la Fiandra e pure la Spagna. Con la sua assenza dalla Germania i turchi molestarono di nuovo quelle regioni, compresa l'Ungheria. L'imperatore Rodolfo chiese di nuovo aiuto a padre Lorenzo per combatterli. L'uomo di Dio fece ritorno in Italia, si presentò al Pontefice Paolo V e gli propose la formazione di una Santa Lega tra il Pontefice, l'imperatore di Germania e il re di Spagna.
    Sempre più intensa era la sua devozione alla Madonna. Un giorno, il Santo, assorto in preghiera, ebbe l'apparizione della Santa Vergine; egli allora non poté contenere la sua gioia ed esclamò: «O madre mia, o mia santa Madre, beato chi vi loda, beato chi vi porta nel proprio cuore». E il Santo cappuccino, portando la Madonna nel cuore, portò la salvezza a tante anime smarrite. Veramente era "beato" San Lorenzo da Brindisi.
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    Le vite intrecciate di Giovanni Paolo II e padre Pio

    31/03/2026 | 6min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8487

    LE VITE INTRECCIATE DI GIOVANNI PAOLO II E PADRE PIO
    di Reine Akeke
     
    Il 25 maggio del 1987 vediamo raccolto in silenziosa preghiera sulla tomba di padre Pio un illustre visitatore. Chi è? Sua Santità Giovanni Paolo II, l'allora Sommo Pontefice della Santa Chiesa. Questo raccoglimento sulla tomba di padre Pio deve essere un momento commovente per il Papa. Aveva conosciuto padre Pio nel lontano aprile 1948, quando era ancora giovane Sacerdote ordinato da meno di un anno; allora non poteva certamente immaginare che sarebbe stato lui a canonizzare l'umile Frate cappuccino. Desiderava incontrare padre Pio per tre motivi: vederlo, partecipare alla sua Messa e confessarsi da lui. Il giovane sacerdote Karol Wojtyla restò molto impressionato da quell'incontro e non dimentica più la figura del Frate cappuccino. Nel 1974, quando da Cardinale tornò a San Giovanni Rotondo, disse infatti di «aver ancora negli occhi, dopo tanti anni, la persona di padre Pio, la sua presenza, la Santa Messa da lui celebrata all'altare laterale, il confessionale e di sentire ancora le sue parole». Disse anche che «era impressionante, profondo, celebrare accanto alla tomba del venerato Padre, perché sempre per tutta la vita, non aveva fatto altro che predicare la passione e la morte e la resurrezione del Cristo». La Passione di Gesù, San Pio non solo la predicava, ma la viveva nel proprio corpo con le sue stimmate sempre sanguinanti. Con-crocifisso con Cristo, era anche lui vittima per i peccatori, che assolveva durante le lunghe ore trascorse nel confessionale per ridonare loro la pace e la grazia di Dio.
    UNA CONFESSIONE INDIMENTICABILE
    Anche San Giovanni Paolo Il si confessò da padre Pio e non lo dimenticò mai più. Mons. Paolo Carta, che era stato vescovo di Foggia, durante un incontro con il Papa disse di essere stato testimone della santità di padre Pio, e il Santo Padre rispose: «Ah, Padre Pio, che uomo di Dio. Una volta pure io sono andato da lui e mi sono confessato».
    Giovanni Paolo II conobbe dunque personalmente padre Pio ed era convinto della sua santità, dell'azione della grazia in quell'anima benedetta. Il Santo cappuccino fu anche suo benefattore quando si trovò in difficoltà a causa della salute di una sua amica, la dottoressa Wanda Poltawska. Quella signora e la sua famiglia per il Papa erano come una seconda famiglia. Nell'ottobre 1962, iniziava il Concilio Vaticano II e Karol Woityla, diventato Arcivescovo di Cracovia, si trovava a Roma per dare il suo contributo al Concilio; fu proprio in quel periodo che venne colto dalla brutta notizia della malattia della sua amica. Senza perdere tempo, scrisse a padre Pio, perché lo sapeva uomo di Dio - ricordiamo che in quel periodo il Sant'Uffizio aveva emanato contro padre Pio provvedimenti molto severi, riservati solo a Sacerdoti ribelli e colpevoli -; voleva chiedere il suo aiuto, la sua preghiera, per «una madre di quattro figlie, di quarant'anni, di Cracovia in Polonia (durante l'ultima guerra fu per cinque anni in campo di concentramento in Germania), ora in pericolo gravissimo di salute e della vita stessa per un cancro, affinché Dio per intercessione della Beatissima Vergine mostri la sua misericordia a lei e alla sua famiglia». A chi gli consegnava questa lettera da parte dell'arcivescovo Wojtyla, padre Pio rispose: «A questo non si può dire di no». Infatti, pochi giorni dopo, il futuro Papa scriveva un'altra lettera a padre Pio per ringraziare Dio e anche lui per la guarigione ottenuta.
    LA DEVOZIONE A MARIA SANTISSIMA
    Devotissimo della Madonna quanto padre Pio, San Giovanni Paolo II, non poteva non invocare la "Mamma celeste" come Mediatrice della grazia da ottenere. In effetti, la devozione a Maria Santissima è un punto in comune tra queste due vite vissute interamente per Dio e per i fratelli, sotto lo sguardo materno della Madonna. Possiamo dire che tutta la vita di ambedue fu una convivenza con la Madonna. Al card. Andrea Deskur, segretario di Giovanni Paolo II, che al termine di un colloquio chiedeva a suor Lucia di Fatima se doveva «riferire qualcosa al Santo Padre» da parte della Madonna, la Venerabile rispose: «Non è necessario, perché la Madonna gli parla direttamente». Similmente padre Pio, a chi gli chiedeva se la Madonna fosse mai andata nella sua cella, rispondeva: «Di' piuttosto se qualche volta non c'è».
    L'amore a Gesù Crocifisso e alla Madre Corredentrice unì queste due anime tanto lontane l'una dall'altra secondo la gerarchia, ma così vicine per l'ideale che le animava: la salvezza delle anime.
    In una lettera che scrisse, in polacco e con la sua firma autografa in calce, al Padre guardiano di San Giovanni Rotondo due mesi prima di elevare all'onore degli altari il Frate tanto amato (5 aprile 2002), ricordò ancora il loro primo incontro, e soprattutto l'impressione provata nel partecipare alla sua Messa. «Ho potuto - scriveva - scambiare qualche parola con Lui, ho partecipato il giorno dopo alla Santa Messa, che è durata a lungo e durante la quale ho potuto vedere sul suo volto la sofferenza che provava. Ho visto le sue mani celebrare l'Eucaristia: i segni delle stimmate. È rimasta per me un'esperienza indimenticabile».
    Ringraziamo Dio per aver dato alla sua Chiesa e all'umanità questi giganti di santità e chiediamo loro di intercedere ancora per la Santa Chiesa in tempi di "morta fede e di empietà trionfante" come i nostri.
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    San Francesco di Sales e don Bosco maestri della buona stampa

    17/03/2026 | 7min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8478

    SAN FRANCESCO DI SALES E DON BOSCO, MAESTRI DELLA BUONA STAMPA
    di Roberto de Mattei
     
    Alla fine del mese di gennaio, la Chiesa cattolica ricorda, a pochi giorni di distanza, due grandi santi intimamente legati tra loro: san Francesco di Sales (1567-1623) e san Giovanni Bosco (1815-1888).
    Questi due santi vissero in epoche diverse: san Francesco di Sales mori nel 1623 e san Giovanni Bosco nacque due secoli dopo, nel 1815, ma il loro apostolato si svolse in una medesima area geografica e culturale: il ducato, poi regno sabaudo, che comprendeva il Piemonte e la Savoia, con Torino come capitale. San Francesco di Sales, vescovo di Ginevra-Annecy, preservò questo territorio dal calvinismo e la sua eredità spirituale, anche attraverso le Amicizie Cattoliche di Pio Brunone Lanteri, arrivò a san Giovanni Bosco, che vide nel santo savoiardo il modello per la sua opera educativa e ne fece il punto di riferimento della congregazione da lui fondata, chiamandola salesiana. 
    SAN FRANCESCO DI SALES
    Uno dei più importanti punti che questi santi hanno in comune è anche uno dei meno conosciuti: il loro impegno nella battaglia delle idee, per difendere a viso aperto le verità della fede e della morale. Anche per questa ragione, il 26 gennaio 1923, nel terzo centenario della sua morte, san Francesco di Sales, fu proclamato da Pio XI, con l'enciclica Rerum omnium, patrono di «tutti quei cattolici, che con la pubblicazione o di giornali o di altri scritti illustrano, promuovono e difendono la cristiana dottrina». «Ad essi - afferma Pio XI - è necessario, nelle discussioni, imitare e mantenere quel vigore, congiunto con moderazione e carità, tutto proprio di Francesco. Egli, infatti, con il suo esempio, insegna loro chiaramente la condotta da tenere. Innanzi tutto studino con somma diligenza e giungano, per quanto possono, a possedere la dottrina cattolica; si guardino dal venir meno alla verità, né, con il pretesto di evitare l'offesa degli avversari, la attenuino o la dissimulino; abbiano cura della stessa forma ed eleganza del dire, e si studino di esprimere i pensieri con la perspicuità e l'ornamento delle parole, in maniera che i lettori si dilettino della verità. Se si presenta il caso di combattere gli avversari, sappiano, sì, confutare gli errori e resistere alla improbità dei perversi, ma in modo da dare a conoscere di essere animati da rettitudine e soprattutto mossi dalla carità».
    DON BOSCO
    Sullo stesso fronte fu impegnato san Giovanni Bosco. Molti, quando parlano di lui, si riferiscono quasi esclusivamente alle sue grandi realizzazioni sociali e dimenticano la sua opera di apostolo della "buona stampa cattolica" contro i nefasti effetti di quella "cattiva", veicolo di menzogne ed eresie. Nella lettera circolare ai Salesiani del 19 marzo 1885, don Bosco raccomanda caldamente la diffusione dei buoni libri come mezzo privilegiato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime: «Io non esito a chiamare Divino questo mezzo, poiché Dio stesso se ne giovò a rigenerazione dell'uomo. Furono i libri da esso ispirati che portarono in tutto il mondo la retta dottrina». I "buoni libri" sono «tanto più necessari in quanto che l'empietà e la immoralità oggigiorno si attiene a quest'arma, per fare strage nell'ovile di Gesù Cristo, per condurre e per trascinare in perdizione gli incauti e i disobbedienti. Quindi è necessario opporre arma ad arma. Aggiungete che il libro, se da un lato non ha quella forza intrinseca della quale è fornita la parola viva, da un altro lato presenta vantaggi in certe circostanze anche maggiori. Il buon libro entra persino nelle case ove non può entrare il sacerdote, è tollerato eziandio dai cattivi come memoria o come regalo. Presentandosi non arrossisce, trascurato non s'inquieta, letto insegna verità con calma, disprezzato non si lagna e lascia il rimorso che talora accende il desiderio di conoscere la verità; mentre esso è sempre pronto ad insegnarla» (Epistolario di San Giovanni Bosco, vol. IV, LAS, Roma 1996, pp. 357-360).
    LA BUONA STAMPA
    La "buona stampa" non è un'attività secondaria dei Salesiani ma, scrive don Bosco, è «una fra le precipue imprese che mi affidò la Divina Provvidenza; e voi sapete come io dovetti occuparmene con instancabile lena, non ostante le mille altre mie occupazioni. L'odio rabbioso dei nemici del bene, le persecuzioni contro la mia persona dimostrarono, come l'errore vedesse in questi libri un formidabile avversario e per ragione contraria un'impresa benedetta da Dio. Infatti la mirabile diffusione di questi libri è un argomento per provare l'assistenza speciale di Dio. In meno di trent'anni sommano circa a venti milioni i fascicoli o volumi da noi sparsi tra il popolo. Se qualche libro sarà rimasto trascurato, altri avranno avuto ciascuno un centinaio di lettori, e quindi il numero di coloro, ai quali i nostri libri fecero del bene, si può credere con certezza di, gran lunga maggiore del numero dei volumi pubblicati. Questa diffusione dei buoni libri è uno dei fini principali della nostra Congregazione. L'articolo 7 del paragrafo primo delle nostre Regole dice dei Salesiani: "Si adopereranno a diffondere buoni libri nel popolo, usando" tutti quei mezzi che la carità cristiana inspira. Colle parole e con gli scritti cercheranno di porre un argine all'empietà ed all'eresia, che in tante guise tenta insinuarsi fra i rozzi e gli ignoranti. A questo scopo devono indirizzarsi le prediche le quali di tratto in tratto si tengono al popolo, i tridui, le novene e la diffusione dei buoni libri».
    Ai nostri giorni la "buona stampa" ha assunto un'importanza molto maggiore di quanto ne avesse ai tempi di san Francesco di Sales e di san Giovanni Bosco, a causa dello sviluppo degli strumenti di comunicazione, che spesso sono anche mezzi di disinformazione: giornali digitali, siti web, video, social media. Anche oggi, dunque, la Chiesa è chiamata a "opporre arma ad arma", annunciando la verità senza attenuazioni, e combattendo inflessibilmente gli errori, ma con carità, senza quei sentimenti di rabbia, di amarezza e di sarcasmo, che sono estranei allo spirito cristiano. 
    Ma l'insegnamento di don Bosco e di san Francesco di Sales ci deve soprattutto ricordare che ogni nostra battaglia deve avere come fine e come fondamento la gloria di Dio e la salvezza delle anime.
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