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    Omelia epifania del Signore - Anno A (Gv 1,1-18)

    30/12/2025 | 5min

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8399OMELIA EPIFANIA DEL SIGNORE - ANNO A (Mt 2,1-12) di Don Stefano Bimbi Oggi la Chiesa celebra la Solennità dell'Epifania del Signore, la festa nella quale contempliamo Cristo che si manifesta come luce per tutte le genti. Il Vangelo ci presenta i Magi come uomini in ricerca, venuti da lontano, guidati da una stella. Essi rappresentano ogni uomo che, magari senza conoscere pienamente Dio, porta nel cuore un desiderio profondo di verità e di senso e non si rassegna a restare fermo.I Magi non hanno certezze assolute, non possiedono la rivelazione completa, eppure si mettono in cammino. Seguono un segno fragile, una luce discreta, ma sufficiente per chi ha il cuore aperto. Anche nella nostra vita Dio non si impone con clamore, ma parla attraverso segni semplici: una parola ascoltata nella Scrittura, un incontro non programmato, una difficoltà che ci interroga, una gioia inattesa. Quante volte, però, rimandiamo la risposta perché attendiamo segni più evidenti o condizioni migliori. L'Epifania ci invita a fare il primo passo, a non restare bloccati dall'indecisione. Una preghiera fatta con fedeltà, la scelta di tornare alla Messa domenicale o iniziare ad andare anche a quelle feriali, un gesto di riconciliazione in famiglia, possono essere il nostro modo concreto di metterci in cammino dietro la stella.UNA REALTÀ SORPRENDENTEArrivati a Gerusalemme, i Magi incontrano una realtà sorprendente. Erode è inquieto, i sacerdoti e gli scribi conoscono le Scritture e sanno indicare con precisione il luogo della nascita del Messia, ma nessuno di loro parte. Qui il Vangelo ci mette davanti a un rischio sempre attuale: quello di una fede ridotta a conoscenza teorica o ad abitudine religiosa. Anche noi possiamo conoscere le verità della fede, frequentare la Chiesa, svolgere servizi in parrocchia, e tuttavia restare interiormente fermi. L'Epifania ci provoca a chiederci se la nostra fede incide davvero sulle scelte quotidiane, sul modo di trattare gli altri, sul modo di affrontare il lavoro, le responsabilità in famiglia, le prove della vita.Quando i Magi giungono a Betlemme, trovano un Bambino povero, lontano da ogni apparenza di potere. Eppure si prostrano e lo adorano. In questo gesto comprendiamo che Dio si manifesta nell'umiltà e chiede un cuore capace di riconoscerlo anche nella semplicità. Adorare significa accettare che Dio sia Dio e che noi non lo siamo, significa fidarsi anche quando non comprendiamo tutto. Nel mese di dicembre quanto tempo abbiamo dedicato all'adorazione eucaristica? Inoltre nella vita quotidiana l'adorazione si traduce in atteggiamenti concreti: fermarsi qualche minuto in silenzio davanti al tabernacolo, iniziare la giornata affidandola al Signore, accettare con fede ciò che non possiamo cambiare senza cadere nella lamentela continua. Chi adora e si affida impara a rimettere Dio al centro e a ridimensionare tante ansie inutili.CHI È VERAMENTE QUEL BAMBINOI Magi offrono poi i loro doni, che rivelano chi è veramente quel Bambino. Anche noi siamo chiamati a offrire qualcosa di nostro. Offriamo l'oro al re dei re quando lo mettiamo al primo posto nelle scelte importanti, quando rifiutiamo compromessi disonesti, quando viviamo il lavoro con responsabilità e rettitudine. Offriamo l'incenso al Dio onnipotente quando dedichiamo tempo alla preghiera, anche breve ma fedele, senza ridurla ai momenti di emergenza o quando ci fa voglia. Offriamo la mirra all'uomo crocifisso quando uniamo a Cristo le nostre sofferenze, le fatiche familiari, la malattia, le delusioni, senza chiuderci nell'amarezza, ma trasformandole in occasione di fiducia e di offerta.Il Vangelo si conclude con un dettaglio decisivo: i Magi tornano al loro paese per un'altra strada. L'incontro con Cristo cambia il cammino. Non si tratta di un cambiamento clamoroso, ma spesso di scelte concrete e quotidiane: evitare una situazione che ci allontana da Dio, correggere un'abitudine che ferisce gli altri, imparare a perdonare invece di serbare rancore, dedicare più tempo a chi ci è affidato (i figli, il coniuge, i genitori anziani). Tornare per un'altra strada significa lasciarsi trasformare interiormente, accettare che la grazia di Dio modifichi il nostro modo di pensare e di vivere.In conclusione, l'Epifania ci ricorda che Cristo è luce per tutti, ma questa luce chiede di essere seguita. Come i Magi, siamo chiamati a cercare senza stancarci, ad adorare senza scandalizzarci dell'umiltà di Dio e a lasciarci cambiare dall'incontro con Lui. Se accogliamo questa chiamata nella concretezza della vita quotidiana, anche il nostro cammino, pur tra fatiche e incertezze, diventerà un cammino di luce.

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    Omelia Santa Famiglia - Anno A (Mt 2, 13-15. 19-23)

    27/12/2025 | 4min

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8389OMELIA SANTA FAMIGLIA - ANNO A (Mt 2, 13-15. 19-23) di Don Stefano Bimbi La festa della Santa Famiglia ci invita a guardare la nostra vita quotidiana alla luce del Vangelo. Oggi non celebriamo una famiglia ideale o "da cartolina", ma una famiglia reale, inserita nella storia, segnata da paure, fatiche e scelte difficili. Il Vangelo ci presenta la fuga in Egitto. Gesù è ancora un bambino, la sua vita è minacciata. Maria e Giuseppe sono costretti a lasciare la loro casa, il loro lavoro, le loro sicurezze. È una pagina che ci dice con forza che Dio non resta fuori dalle nostre difficoltà familiari, ma vi entra dentro, le attraversa con noi.Giuseppe è l'uomo che ascolta Dio e si fida. Riceve la sua volontà nel sogno e agisce subito secondo quanto detto dall'angelo. Non chiede spiegazioni, non rimanda, non cerca soluzioni più comode. Si alza nella notte e parte. È un'immagine molto vicina alla vita di tanti genitori di oggi, che "si alzano nella notte" quando un figlio sta male, quando sorgono problemi a scuola, quando arrivano preoccupazioni economiche o momenti di crisi nella coppia. Giuseppe insegna che la fede, nella vita familiare, non è fatta di discorsi, ma di scelte concrete, spesso silenziose, prese per amore. Insegna ai genitori il coraggio della responsabilità, la capacità di decidere anche quando è faticoso, di dire dei "no" che proteggono e dei "sì" che costruiscono. Educare non significa evitare ogni sofferenza ai figli, ma accompagnarli con fermezza e tenerezza verso il bene, cioè a scegliere di fare sempre la volontà di Dio.Maria cammina accanto a Giuseppe con il suo cuore di madre. Porta con sé il Figlio e custodisce ciò che Dio sta compiendo, anche quando non comprende tutto. Quante volte oggi i genitori fanno esperienza di questo: non capiscono fino in fondo il mondo dei figli, il loro linguaggio, le loro fragilità interiori, le sfide legate alla tecnologia e ai social. Maria insegna uno stile prezioso: custodire la famiglia facendo sempre la volontà di Dio. Custodire significa ascoltare, pregare, rimanere presenti, creare in casa un clima di fiducia. Significa trovare tempo vero per stare insieme, spegnere uno schermo per guardarsi negli occhi, offrire ai figli uno spazio dove possano parlare senza sentirsi giudicati.Gesù cresce dentro questa famiglia segnata dalla precarietà e dall'obbedienza a Dio. Fin dall'inizio condivide la condizione dei piccoli, dei perseguitati, di chi non è al sicuro. Cresce lavorando, obbedendo, imparando. Questo dice qualcosa anche ai figli e ai giovani di oggi. Gesù, pur essendo il Figlio di Dio, accetta di dipendere da Maria e Giuseppe. Il Vangelo ci ricorda che la vera libertà non è fare ciò che si vuole, ma imparare a volere il bene. Onorare padre e madre, ascoltare, rispettare, essere grati non è un comando superato, ma una via di crescita, di maturità e di libertà interiore.La fuga in Egitto ci parla anche delle difficoltà che entrano nelle famiglie dall'esterno: problemi di lavoro, malattie, tensioni sociali, preoccupazioni per il futuro. La Santa Famiglia non si divide davanti alla prova, ma si stringe. È un invito forte per le famiglie di oggi a non chiudersi nel silenzio, nell'orgoglio o nel risentimento quando arrivano le difficoltà, ma a cercare aiuto, a pregare insieme, a riconoscere con umiltà la propria fragilità. Una famiglia non è forte perché non ha problemi, ma perché li affronta unita, con Dio al centro.In conclusione, questa festa è una grande catechesi sulla vita familiare. Ricorda ai genitori che l'educazione è una missione affidata da Dio, da vivere con coerenza e testimonianza. Ricorda ai figli che la famiglia è il primo luogo dove si impara ad amare, a rispettare e a donarsi. Ricorda a tutti che mettere Dio al centro della casa non significa aggiungere qualcosa in più, ma dare senso a tutto.Affidiamo allora le nostre famiglie alla Santa Famiglia di Nazaret: quelle serene e quelle ferite, quelle forti e quelle stanche. Chiediamo la grazia di famiglie capaci di ascolto, di perdono, di responsabilità e di fede, perché anche oggi, nelle nostre case, Gesù possa crescere e abitare.

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    Omelia della notte e del giorno di Natale - Anno A

    16/12/2025 | 14min

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8383OMELIA DELLA NOTTE E DEL GIORNO DI NATALE - ANNO A di Giacomo Biffi 1) MESSA DELLA NOTTE"In questa santissima notte" la nostra oscurità è stata illuminata "con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo". Il silenzio della campagna di Betlem si è animato di voci di angeli e di grida festose di uomini.DAL NATALE TUTTA LA NOSTRA ESISTENZA È DIVINIZZATADio non ama le luci false e il chiasso frenetico. Quando le luci false e artificiali delle nostre presunzioni, delle ideologie che cercano di far violenza all'autenticità delle cose, delle nostre pretese di imporre noi, dal di fuori, le norme e il senso del vivere; quando le luci false e artificiali si spengono, allora e solo allora Dio si rivela. Quando il chiasso del nostro compiacimento, del nostro orgoglio, del nostro disperato agitarci si acquieta, allora e solo allora si fa sentire la voce del cielo e ci giunge notizia del mondo invisibile e vero.Così è avvenuto in quella notte unica e decisiva, che noi siamo ancora qui a ricordare e a rivivere dopo duemila anni. Così è difficile che avvenga nella notte dell'uomo di oggi, pasciuto eppur spiritualmente denutrito, assetata di verità e abbeverato quotidianamente di vuote parole, avido di luce vera e accecato dai bagliori fatui del suo sconsolato sapere.È difficile, ma non impossibile. Dio tenta e ritenta sempre di farsi capire da noi. Dio tenta e ritenta sempre di trovare la strada del nostro cuore. Questo Natale 1986 è un altro tentativo dell'amore di Dio, che ancora una volta si vuol rivelare perché gli uomini ritrovino se stessi e il loro destino.IL NATALE CI RIVELA CHE DIO È PADRE"In questa santissima notte" Dio si è rivelato come Padre. Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio (Gal 4, 4), ha scritto San Paolo. Dunque Dio ha un Figlio: non è l'infinità gelida e inerte dell'essere senza confini, che avevano intravisto i filosofi, ma è paternità sostanziale, è fecondità, è donazione, è amore. Dio è Padre: non è solo l'artefice ingegnoso che ha costruito l'universo e poi se ne è andato per i fatti suoi, ma è un padre affettuoso che non può non pensare a noi, che ci insegue col suo desiderio di farci felici, che non si dà pace finché non ci vede ricondotti nel calore della sua casa.Il Natale è la smentita più recisa e più alta dell'idea – che qualche volta gli uomini insipientemente si fanno - di un Dio lontano e distratto, chiuso nel suo cielo e indifferente a ciò che avviene sulla terra.Dio - continua San Paolo - mandò suo Figlio, nato da donna (Gal 4,4). Il Figlio di Dio è nato da una donna: questo è il grande evento del Natale, che ha stupito e commosso così tanto gli uomini che essi in tutta la terra continuano a ritenere il giorno che lo commemora come il giorno più nobile e santo, anche se la maggior parte di loro non si ricorda più la ragione dello stupore e il motivo della commozione.Il Figlio di Dio è nato da donna come noi. Ha assunto tutta l'esistenza umana, con l'umiltà e la fragilità della nostra nascita, con la sofferenza che immancabilmente l'accompagna, con la morte che fatalmente la conclude. È diventato dei nostri. Si è fatto partecipe di tutta la nostra sorte, e così l'ha consacrata e divinizzata.IL VERBO DI DIO È DIVENUTO UNO DI NOI PERCHÉ NOI DIVENTASSIMO COME LUIIl Figlio di Dio è venuto alla luce nello squallore di una mangiatoia, dopo aver ricevuto l'avvilimento di un rifiuto: non c'era posto per loro nell'albergo (Lc 2, 7). Ma la sua venuta non è un puro abbassarsi; il Natale non è l'esaltazione della povertà e dell'umiliazione per la povertà e per l'umiliazione. L'Unigenito del Padre è diventato uno di noi perché noi diventassimo come lui, insigniti della stessa dignità di figli di Dio. Si è imprigionato nella nostra miseria perché noi ne uscissimo, e il peso insopportabile della nostra meschinità e del dolore umano si trasformasse nella ricchezza della vita divina.Perciò questa notte ci appare tutta pervasa di gioia. Hai moltiplicato la gioia. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia (Is 9,2), abbiamo ascoltato dal profeta. Vi annunzio una grande gioia (Lc 2, 10), ha detto l'angelo ai pastori e a noi.È importante non lasciarsi prendere soltanto da un sentimento generico di tenerezza umana o di poesia. La nostra gioia non si fonda sul fatto, preso per se stesso, che un bambino è nato per noi (Is 9, 5); ma sul fatto che il bambino, che è nato, è chiamato ed è Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace (Is 9,5). La nostra gioia deriva dal fatto che ci è nato un salvatore, e quindi è apparsa la grazia di Dio, apportatrice di salvezza per tutti gli uomini (Tt 2, 11). Vale a dire: la gioia natalizia può scaturire solo dal pieno accoglimento della visione di fede.In una fede chiara, semplice, ferma - che conosce e riconosce il Figlio unigenito di Dio che "per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo... e si è fatto uomo" - consiste la vera accoglienza del Natale e del suo messaggio.Il Signore ci conceda di accoglierlo come i pastori, non di rifiutarlo come hanno fatto gli abitanti di Betlem. E questo sia il più sostanzioso augurio natalizio: saper accogliere il Signore Gesù, nella sua parola, nel sacramento della sua presenza che ogni domenica ci convoca attorno all'altare, nella fedeltà alla sua Chiesa, nei fratelli che si trovano nel bisogno e si appellano a noi; essere e restare consapevoli che Gesù è venuto "per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga"; impegnarci a lavorare perché si conosca e si esalti la gloria di Dio e si affermi la pace in terra per gli uomini che Dio ama.2) MESSA DEL GIORNOIl Natale è indubbiamente un giorno unico nella serie dei nostri giorni. Oggi il mondo sembra diverso; perfino gli uomini - "durum genus", gente dura e spietata, come ha detto un grande e umanissimo poeta latino - oggi sembrano diversi e più buoni.Che cosa è avvenuto in questo giorno? Niente di straordinario, parrebbe: una donna ha dato alla luce un figlio, che è stato avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia. Dove sta la novità, dove sta la grandezza? Chi è questo bambino che, dopo duemila anni, riesce ancora a incantare il mondo, a placare per un po' rancori, odi, accanimenti, ad ammansire per qualche momento gli uomini, cioè le creature più feroci che respirano sulla terra?Di chi è questa nascita, così miserabile da sembrare quella di un figlio di vagabondi, e così decisiva che da essa si contano gli anni della storia? Quali sono le vere ragioni della nostra festa?Non cerchiamo la risposta nel sentimentalismo senza contenuti di verità, nel quale troppe volte va a stemperarsi e a estenuarsi la vigorosa autenticità del Natale. Non cerchiamo la risposta nella superficialità e nella leggerezza con la quale la più rivoluzionaria esaltazione della povertà e del silenzio è stata trasformata in occasione per ostentare la nostra abbondanza e per accrescere la nostra agitazione e il nostro chiasso.Cerchiamo piuttosto la risposta nella parola di Dio.IL NATALE È AFFERMAZIONE DELLA VITAOgni nascita è un trionfo della vita; ma questa lo è in modo unico e trascendente, perché il piccolo nato in una stalla, che noi adoriamo, è colui che possiede la pienezza della vita ed è il principio di ciò che esiste: Tutto è stato fatto per mezzo di lui... In lui era la vita (Gv 1, 3-4), abbiamo ascoltato.Se è affermazione della vita, il Natale è, nella sua sostanza, condanna di ogni pensiero, di ogni atto, di ogni pratica, di ogni legislazione, di ogni comportamento privato e pubblico che sia apportatore di morte.L'egoismo umano - spesso ammantandosi ipocritamente dei nomi più suggestivi - ha esteso sempre più ampiamente tra noi una cultura di morte: per questa cultura si arriva a soffocare la vita nascente e addirittura a ritenere una conquista sociale il diritto di uccidere gli esseri più innocenti, più indifesi quindi più sacri; per questa cultura di morte c'è gente che, mossa dall'avidità del guadagno, non esita a diffondere tra i giovani e perfino tra i ragazzi la disperazione della droga; per questa cultura di morte, si continua a potenziare il mercato dei mezzi di distruzione, spingendo così anche i popoli più sfortunati e poveri a dilaniarsi in lotte fratricide.Forse proprio perché intuiamo di essere immersi, oggi più che in altre epoche, in questa cultura di morte, tutti, credenti e non credenti, sentiamo il fascino della celebrazione natalizia e siamo portati a solennizzarla anche nelle maniere più incongrue, percependo in essa l'ultimo spazio concesso alla cultura di vita e alla speranza per la sopravvivenza dell'uomo.IL NATALE È AFFERMAZIONE DELLA LUCE, CIOÈ DELLA VERITÀLa luce splende nelle tenebre... Veniva al mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo (Gv 1, 5.9). Ma che cos'è la verità?Verità è conoscere le cose come stanno in faccia a Dio, non come si vorrebbe che fossero in ossequio ai nostri interessi e alle nostre prevaricazioni. Verità è dare le risposte giuste ai "perché" fondamentali dell'esistenza. Verità è cogliere l'intimo significato di ciò che è veramente importante: il significato del nostro venire al mondo e del nostro morire, il significato del lavoro, della fatica e della sofferenza, il significato di questa esistenza terrena, cui siamo così tenacemente attaccati e che è così rapida nello scorrere e nel dileguarsi. Verità è insomma sapere e capire ciò che né la mirabile e complicata scienza mondana né le molte parole riversate quotidianamente su di noi dai "signori" della comunicazione sociale ci aiutano affatto a comprendere.Siamo fatti per la luce, e tuttavia siamo tutti immersi nell'oscurità. E la notte dell'errore, del d

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    Omelia XXXIII Domenica T. Ord. - Anno C (Lc 21,5-19)

    11/11/2025 | 7min

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8312OMELIA XXXIII DOMENICA T.O. - ANNO C (Lc 21, 5-19) di Giacomo Biffi Parole oscure e forti - che sono al tempo stesso profezie di sventure e inviti alla speranza - abbiamo ascoltato nell'odierna pagina di vangelo. Gesù le ha pronunciate poco tempo prima del suo arresto e della sua condanna a morte, quando già percepiva imminente la fine, e si faceva più urgente per lui il compito di preparare il suo "piccolo gregge" alle prove e alle sofferenze che avrebbe incontrato. I suoi ascoltatori sembrano ancora spensierati e sereni, tanto che indugiano ad ammirare la bellezza dell'architettura del tempio e la ricchezza dei suoi ornamenti. E proprio prendendo lo spunto da questo ingenuo compiacimento il Signore avvia le sue severe riflessioni. Gli argomenti del discorso di Cristo sono tre: il preannuncio della distruzione di Gerusalemme, preceduta da grandi dolori; la persecuzione cui saranno sottoposti i suoi discepoli; la garanzia della sua presenza di salvatore anche in mezzo alle più tragiche difficoltà. Sono tre temi che tra loro si intrecciano e si rifiniscono. L'INEVITABILE DESTINO DI SOFFERENZA PER IL MONDO E PER LA CHIESA COME CONDIZIONE PER GIUNGERE ALLA GLORIA Non resterà pietra su pietra (Lc 21,6): così sarà castigata la Città santa; così perirà l'edificio più sacro della gente ebraica. Come tutti sappiamo, la profezia di Gesù si è avverata circa quarant'anni dopo ad opera dell'esercito romano guidato da Tito, il figlio dell'imperatore Vespasiano. Sotto un certo profilo, perciò, potremmo dire che non ci riguarda più. Ma nel libro di Dio Gerusalemme, oltre che una città precisa che ha avuto una grande importanza nella storia, è anche il simbolo e la raffigurazione di tutta la terra abitata. Ciò che qui è detto di Gerusalemme, vale per il mondo: anche il mondo troverà una fine violenta, quando la vicenda umana si sarà conclusa e il Signore "di nuovo verrà nella gloria". Ciò che qui è detto delle sofferenze del popolo ebraico, vale anche per la Chiesa, alla quale è dunque riservata una storia di pena. Le parole del nostro Salvatore ci rivelano ciò che noi - noi uomini, ma anche e soprattutto noi cristiani - dobbiamo aspettarci: ci rivelano non ciò che sarebbe conforme ai desideri naturali del nostro cuore, ma ciò che corrisponde al disegno di Dio, il quale vuole che la sua Chiesa arrivi sì alla vittoria, alla gioia, alla gloria, ma passando per la strada della sconfitta e della croce. LA NOSTRA SICUREZZA NON SI FONDA SULLA POTENZA UMANA, MA SU QUELLA DI DIO In concreto, con questo brano evangelico che cosa ci dice Gesù, che possa servire anche alla vita ecclesiale dei nostri giorni? 1. Ci dice prima di tutto che non dobbiamo mai fondare la nostra sicurezza e la nostra fiducia su quanto di esteriore e di strutturale c'è nella Chiesa: non sul numero e sullo splendore degli edifici di culto, non sulla potenza delle opere cattoliche, non sull'efficienza della nostra organizzazione. Certo, tutto deve essere valorizzato al servizio del Regno di Dio. Le cose esteriori non vanno disprezzate o condannate come antievangeliche o ritenute inutili e senza pregio. In particolare, dobbiamo amare le nostre chiese, così come Gesù ha avuto caro il tempio e la Città Santa, al punto di piangere sulla prevista rovina. Però, in niente di tutto questo sta la nostra speranza, che è sorretta soltanto dall'energia dello Spirito Santo, mandato a noi dal Risorto a suscitare negli uomini la fede e a tener viva la carità. A chi gli additava la maestà dell'edificio sacro, caro a ogni ebreo, Gesù ruvidamente risponde: Non resterà pietra su pietra che non venga distrutta (Lc 21,6). LA STAGIONE DEI MARTIRI NON È FINITA 2. Il secondo ammonimento del Signore è ancora più duro e più difficile da accettare: non dobbiamo mai aspettarci un avvenire tutto di pace e un'esistenza garantita contro tutti i guai. Specialmente la Chiesa - e in essa tutti coloro che vogliono veramente e pienamente essere cristiani, cioè appartenenti a Cristo e obbedienti al suo Vangelo - non deve contare su un destino di tranquillità e di trionfi. La promessa che abbiamo ricevuto è molto diversa: Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno (Lc 21,12). In realtà, il gregge di Cristo in ogni secolo è stato fatto oggetto di soprusi, di intimidazioni, di violenze: la stagione dei martiri non è mai finita del tutto. Va precisato anzi che il nostro secolo ha conosciuto forse le oppressioni più grandi e più sanguinose, perpetrate di solito da gente che diceva di portare la libertà, la giustizia e perfino la fraternità. QUANTO PIÙ SIAMO FEDELI, TANTO PIÙ SIAMO ODIATI 3. Il terzo ammonimento è ancora più spiacevole, e non ci meraviglia che in questi ultimi tempi la cristianità si sforzi di dimenticarlo. Non illudetevi - dice il Signore - che gli altri vi abbiano in simpatia e capiscano le vostre buone intenzioni. All'opposto, sarete traditi... sarete odiati da tutti a causa del mio nome (Lc 21,16.17). E non è detto che l'ostilità nei nostri confronti derivi sempre dal fatto che noi cristiani e noi uomini di Chiesa non siamo purtroppo senza difetti e senza torti. Sarebbe troppo bello se ci odiassero solo per quello che ci meritiamo. La Chiesa invece è tanto più malvista, malgiudicata, colpita da accuse bugiarde, quanto più è fedele al suo Maestro e annuncia senza paure la verità. Anche nell'ultima cena Gesù è ritornato su questa idea quando ha detto: Un servo non è più grande del suo padrone: se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi (Gv 15,20). Quasi a dire: se io ho raccolto odio pur non avendo mai fatto niente di male e avendo sempre amato e predicato l'amore, anche voi, quanto più mi sarete fedeli e mi assomiglierete, tanto più vi odieranno.CRISTO È LA RAGIONE DELLA NOSTRA PERSEVERANZA Per fortuna nell'odierna pagina di Vangelo questi ammonimenti così ardui e incresciosi sono compensati dalla promessa più bella: Io vi darò lingua e sapienza (Lc 21,15); cioè, sarò sempre con voi e ispirerò le vostre parole. Io sarò la vostra forza, il vostro coraggio, la vostra pace. Io vi sarò vicino in tutte le lotte che dovrete affrontare. Io sarò la ragione della vostra perseveranza. E voi, se sarete sempre con me, con la vostra perseveranza salverete le vostre anime (Lc 21,19).

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    Omelia dedicazione della basilica lateranense - Anno A - (GV 2,13-22)

    04/11/2025 | 4min

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8339OMELIA DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE - ANNO A - (GV 2,13-22) di Angelo Sceppacerca L'imperatore Costantino, convertitosi al cristianesimo, donò a papa Milziade il palazzo del Laterano. Verso il 320, vi aggiunse la chiesa del Laterano, la prima di tutte le chiese d'Occidente, consacrata da papa Silvestro il 9 novembre 324, col nome di basilica del Santissimo Salvatore. Nel XII secolo, per via del suo battistero, il più antico di Roma, fu dedicata a san Giovanni Battista; da cui il nome di basilica di San Giovanni in Laterano. Per più di dieci secoli, i papi ebbero la loro residenza nelle sue vicinanze e fra le sue mura si tennero duecentocinquanta concili, di cui cinque ecumenici. Semidistrutta dagli incendi e dalle guerre, venne ricostruita sotto Benedetto XIII e venne di nuovo consacrata nel 1726.GESÙ SCACCIA I VENDITORILa scena di Gesù che scaccia i venditori dal Tempio di Gerusalemme è così vivida e movimentata da attirare tutta quanta la nostra attenzione, col rischio di lasciare in ombra quello che più conta e che l'episodio stesso vuole indicare. I giudei, infatti, avevano chiesto a Gesù "un segno" che giustificasse la sua azione e il Signore, in risposta, lancia una misteriosa sfida: "Distruggete questo tempio e io in tre giorni lo farò risorgere". Solo dopo la risurrezione gli apostoli capiranno che il tempio di cui parlava Gesù era il suo corpo.Si comprende bene, solo alla luce di Pasqua, il rapporto fra il tempio profanato dai mercanti e il corpo di Gesù straziato sulla croce e risorto glorioso. Se anche a noi colpisce l'azione di Gesù che rovescia i banchi dei mercanti, ai suoi interlocutori l'allusione alla risurrezione doveva risultare quasi blasfema. Infatti, se il tempio (in ogni cultura religiosa) rappresenta l'ombelico che congiunge terra e cielo, luogo del divino e sorgente dell'umano, centro dello spazio e del tempo, con la persona di Gesù questo "luogo" non sarà più localizzato a Gerusalemme, né in nessun altro posto, ma sarà lui stesso il vero tempio dove abita Dio; e di questo tempio che è il suo corpo, Gesù è il capo e i credenti ne sono le membra. Gesù è il nuovo santuario, "luogo" dove la comunione tra Dio e l'uomo è piena di vita; la Chiesa, corpo di Cristo, è la dimora di Dio che abita nel cuore dei credenti, anch'essi pietre vive dell'edificio spirituale.La religione degli uomini, nata dal basso, è superata. La vera religione è "dall'alto", nel senso della grazia: Dio stesso si fa presente e visibile (udibile) nella persona e nella parola del Figlio. Lui è la tenda di Dio in mezzo al suo popolo.IL TEMPIO DI GERUSALEMMETorniamo, però, alla scena raccontata nel Vangelo. Il tempio di Gerusalemme, luogo dell'incontro con Dio, si era trasformato in mercato per la compravendita di buoi, pecore e colombe e per il cambio delle monete "impure" in quelle "pure" coniate dal tempio stesso. Se dovessimo fare un parallelo col tempo di oggi, a cosa potremmo paragonare l'episodio? Francamente non tanto ai piccoli negozi di souvenir e di oggetti religiosi che affiancano i nostri santuari: troppa sproporzione con una pagina di Vangelo! Anche se una certa purificazione è sempre auspicabile... Però, non penso che Gesù alludesse alle bancarelle di oggetti di devozione. [...]La parola del Vangelo ci incoraggia ad arrivare in fondo al cammino, irto di tentazioni, carico di fatica e facile allo scoraggiamento. L'Agnello di Dio ci attende sul piccolo monte calvario, dove verserà tutto il suo sangue in espiazione, e nel giardino lì accanto, dove si mostrerà di nuovo in piedi, vivo e risorto. L'Agnello ha preso il posto di JHWH, perché il sacrificio di Dio stesso ha preso il posto di tutti i sacrifici dell'uomo a Dio e che si riducono troppo spesso a un mero mercanteggiare.

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