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    Omelia XVI Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 13, 24-43)

    14/07/2026 | 8min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8541

    OMELIA XVI DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 13, 24-43)
    di Giacomo Biffi
     
    Da dove viene la zizzania? (Mt 13,27). Da dove è venuta questa erbaccia maligna e soffocatrice che infesta il campo di Dio?
    È una delle domande più serie e decisive, e siamo tutti costretti a formularla quando ci poniamo di fronte al mistero dell'esistenza: o neghiamo l'evidenza della zizzania, cioè del male (ed è un'impresa disperata), o ci interroghiamo circa la sua provenienza. Sulle labbra dei contadini della parabola l'interpellanza sembra esprimere non solo stupore, ma anche delusione e quasi una specie di rabbia. Sembra anzi marcata da un accento di velato rimprovero verso il padrone, che in fin dei conti è il primo responsabile della coltivazione: "Non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque viene la zizzania?". Dobbiamo dire però che quei contadini almeno una fortuna ce l'hanno, ed è di avere un padrone con cui lamentarsi: è già una consolazione prendersela con qualcuno. A chi ritenesse che il campo non sia di nessuno e ogni accadimento sia in esso del tutto casuale, non sarebbe consentito neppure di protestare o di fare domande, per assenza di destinatari responsabili. Se non esiste un proprietario del campo con un suo programma operativo, se tutto nell'universo è fortuito, allora, pur avvertendo ancora i morsi del male, non siamo più autorizzati né a lagnarci né a enunciare problemi, perché in quel caso non si dà spazio per nessuna verità e quindi per nessuna ricerca. Dove si prende per buona l'ipotesi del caso e dell'assenza di un "Signore" dell'universo (ed è l'ipotesi degli atei), non può sorgere alcuna plausibile investigazione: bisogna rassegnarsi all'esistenza enigmatica della malvagità e all'assurdo della condizione umana. Deve essere tremenda la condizione degli atei, e proprio per questo: per il fatto di non poter riconoscere di fronte a sé nessun interlocutore adeguato.
    Un ateo vero e coerente è in realtà il più sfortunato degli uomini: si priva perfino della soddisfazione di protestare con qualcuno e di bestemmiare con una certa coerenza.
    IL PECCATO ORIGINALE
    L'insegnamento di Gesù a questo proposito è estremamente sintetico ma limpidissimo: il nemico che ha frammischiato l'erbaccia alla buona coltivazione di Dio è il diavolo (cf. Mt 13,39).
    Mette conto che abbiamo a richiamare, sia pure in cenni rapidissimi, l'intera concezione della fede cattolica circa il male del mondo (concezione che è implicitamente evocata da questa breve frase del Signore). Essa oggi è così faziosamente e acriticamente contrastata dalla cultura che da oltre due secoli è dominante. Ma le illusioni culturali anticristiane, tra l'altro, si sono rivelate storicamente molto pericolose. L'ottimismo naturalistico del secolo XVIII (che si contrapponeva, irridendoli, ai dati della fede) di fatto negli ultimi anni di quel secolo è approdato all'omicidio perpetrato, per così dire, su scala industriale, con indici inauditi di produzione resi possibili dalla geniale invenzione della ghigliottina. Le ideologie che si rifiutavano di credere alla malvagità del cuore dell'uomo, hanno dato vita ripetutamente in questi due secoli a forme esasperate di crudeltà.
    L'iniquità umana c'è, ed è largamente diffusa. Così diffusa da costituire un problema: come mai gli uomini, più o meno tutti, sconfinano nell'ingiustizia? La Rivelazione cristiana risponde con la dottrina del peccato originale.
    La verità del peccato originale, come ogni mistero, è oscura in se stessa, ma è illuminante per noi e per la nostra condizione. Indubbiamente si fa fatica a capirla nella sua natura e nelle sue cause; ma senza di essa tutto nel mondo e nell'uomo si fa ancora più impenetrabile, a cominciare dal mare di lacrime e di sangue che ricopre la nostra storia.
    LA RADICE PRIMA DEL MALE
    A dire il vero, il libro della Genesi, raccontando la colpa di Adamo e di Eva come frutto della istigazione perfida del serpente, sembra insinuare che l'inizio assoluto del male nell'universo vada ricercato antecedentemente alla comparsa dell'uomo sulla terra. E il libro della Sapienza - implicitamente citato da san Paolo nella lettera ai Romani - dà una lettura teologica dell'antico racconto indicando nel demonio la prima fonte delle nostre sciagure: La morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono (Sap 2,24).
    Ci ritroviamo così all'identico insegnamento offertoci da Gesù appunto nella parabola che stiamo tentando di capire: Il nemico che ha seminato la zizzania è il diavolo (Mt 13,39).
    Come si vede, la nostra meditazione sul male del mondo è stata progressivamente sospinta dalla verità del peccato personale a quella del peccato che dall'alba della vicenda umana universalmente contamina la nostra stirpe; e dalla verità del peccato originale a quella dell'esistenza del demonio, prima e oscura fonte di ogni perversione.
    Siamo così invitati a risalire a poco a poco l'enigmaticità delle cose fino a raggiungere la soglia del mondo invisibile che precede la storia dell'uomo; vale a dire la soglia della realtà che sta al di fuori e al di sopra del nostro tempo.
    IL TENTATIVO DI NEGARE L'ESISTENZA DEL DEMONIO
    Nella cristianità contemporanea è in atto invece un curioso processo di smarrimento, tanto che si arriva a percorrere in senso contrario la strada sulla quale, come s'è visto, siamo stati guidati dalla fede.
    Tra i teologi c'è chi si impegna alacremente in un lavoro cosiddetto di smitizzazione, dopo il quale del demonio non resta neppure la coda. Questi teologi - diversamente da Gesù Cristo - pare che non pensino più a satana come a un essere reale concretamente e personalmente esistente; sembrano piuttosto ridurlo a una sorta di immagine simbolica della intrinseca inclinazione al male che c'è nelle creature.
    Ma - tolto di mezzo il diavolo - anche il peccato originale non è più plausibile; e infatti in molte odierne presentazioni teologiche esso fatalmente si estenua e si sbiadisce fino a essere la cifra dell'umana finitezza o al più la denominazione collettiva di tutte le colpe individuali. Le quali, a loro volta, tendono a essere considerate non tanto come peccati responsabilmente commessi, quanto come turbe psichiche conseguenti a squilibri congeniti o alla violazione di tabù senza fondamento.
    Insomma, prima si risolve l'idea del demonio in quella del peccato originale, poi del peccato originale in quella dei peccati dei singoli, infine l'idea dei peccati dei singoli in quella di un malessere senza colpevolezza. Così l'universo diventa una specie di innocente giardino d'infanzia, senza malvagità e senza malvagi, dove però non si capisce più perché tanto spesso ci si imbatta nella ferocia umana, e soprattutto non si capisce più che senso abbiano la morte, il dolore, la redenzione di Cristo.
    LA SCONFITTA DEL MALIGNO COMINCIA NEL MOMENTO IN CUI LO SI PRENDE SUL SERIO
    La vera misericordia - quella di Dio - batte la strada opposta.
    Il grande avversario comincia a essere sconfitto non nel momento in cui lo si relega tra le favole, ma nel momento in cui lo si prende sul serio, in modo da prendere sul serio la vittoria ottenuta su di lui dalla morte e dalla risurrezione del Figlio di Dio; vittoria che quotidianamente si impianta nella vicenda di ognuno di noi mediante la nostra crescente partecipazione al mistero pasquale.
    L'universale decadenza della natura umana può essere superata solo partendo dalla persuasione che Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per usare a tutti misericordia (cf. Rm 11,32).
    E dal mio peccato personale incomincio con la grazia divina a risorgere non nel momento in cui lo ignoro o lo censuro psicologicamente, ma nel momento in cui, pentendomi, lo riconosco come atto veramente cattivo e veramente mio.
    Questo è il senso della proposta evangelica della metànoia (della conversione), che Gesù ci ha indicato come necessaria premessa della nostra salvezza. Il Vangelo non è la notizia che siamo già tutti innocenti per incapacità di intendere e di volere o perché i fatti non costituiscono reato; è la notizia che siamo tutti peccatori e, proprio per questo, siamo i fortunati destinatari dell'invincibile misericordia del Padre.
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    Omelia XV Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 13, 1-23)

    07/07/2026 | 6min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8540

    OMELIA XV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 13, 1-23)
    di Giacomo Biffi
     
    La pagina evangelica che abbiamo ascoltato propone e sviluppa una immagine: quella del "seme".
    Le immagini usate dal Signore Gesù di solito sono, per chi riflette con animo attento e aperto, delle folgorazioni di verità che non si possono più dimenticare: esse restano nel patrimonio del pensiero umano, proprio perché sono al tempo stesso semplici e ricche di luce.
    LA PAROLA DI DIO, PICCOLO SEME CON IMMENSA FORZA VITALE
    Dunque, la parola di Dio è un seme. Non c'è nulla di più esiguo, di più debole, di più incerto nel suo futuro, di un seme.
    Sembra una piccola cosa inerte, e ha dentro di sé una carica incalcolabile di vita. Si affida alla terra, al vento, alle forze della natura, senza nessuna garanzia di successo; ed è la sola speranza di fecondità che è data al mondo, l'unica prospettiva aperta a un avvenire.
    Il seme si nasconde fino a scomparire: nessuno che passi per la strada riesce a percepire la differenza tra un solco che è stato inseminato e un solco che non lo è stato. Il seme pare una realtà condannata a essere sconfitta: il suo destino è lo sfacelo e la morte. Ma proprio in virtù della sua morte è data alla vita la capacità di risorgere e di salvarsi. Non c'è nulla offerto più generosamente di un seme: ogni albero diffonde i suoi semi a migliaia, prodigalmente, nella tenue speranza che qualcuno attecchisca.
    Proprio così, ci ha detto Gesù, è la parola di Dio: è debole, inerme, sopraffatta, in mezzo al chiasso e al martellamento ossessivo delle parole umane. Ma è la sola che resta, la sola vivificante, la sola in grado di fecondare le intelligenze e i cuori.
    Si avventura nel mondo senza illusioni di successo; ma se qualcosa di autentico, di nuovo, di imperituro nasce nell'uomo, nasce da lei.
    Le altre parole lasciano il più delle volte nello smarrimento di sempre. I mezzi di comunicazione (stampa, radio, televisione) riversano ogni giorno sulle nostre anime fiumi di parole vuote e vanificanti, morte e mortificanti; di parole che solleticano senza nutrire, che scintillano senza illuminare, che riempiono gli orecchi e ci lasciano aridi nel nostro essere più profondo e più vero.
    Il multiloquio mondano è un diluvio che ogni giorno ci sommerge. Ma se vogliamo un po' di luce, un po' di sostentamento, un po' di consolazione, dobbiamo aprirci alla parola di Dio.
    La parola di Dio, che nella liturgia della Chiesa piove su di noi con grande abbondanza, sembra sempre un po' sciupata: vinta e inefficace tra gli accadimenti della storia, quasi irrilevante nel clamore della cronaca. Eppure i fatti che davvero contano, gli eventi che segnano le esistenze, le novità decisive sul serio, nascono proprio dall'incontro segreto della parola di Dio con la coscienza dell'uomo. Lo testimoniano le vicende di tutti i grandi santi.
    IL TERRENO NOSTRO SU CUI È SEMINATA LA PAROLA
    Perché, se la parola di Dio è un seme, il nostro mondo interiore è un "campo": così Gesù completa e rifinisce l'immagine.
    È un campo insidiato dagli uccelli voraci dei pensieri che contrastano i disegni del Padre e delle attenzioni sviate.
    È un campo troppo spesso isterilito dalla superficialità e dalla incostanza, cioè da quell'atteggiamento dello spirito che non ci interdice di accogliere la proposta cristiana con gioia e magari con entusiasmo, ma ci fa rifuggire dagli impegni prolungati, soprattutto dagli impegni totali e senza ritorno, che però sono gli unici a essere degni di Dio; sicché la verità divina non riesce a mettere radici tenaci dentro di noi.
    È un campo talvolta ingombro di passioni incontrollate, di desideri terrestri troppo intensi, di preoccupazioni che non lasciano alcuno spazio ai pensieri del Regno e della vita eterna.
    È un campo però che deve stare sempre in attesa del seme; che deve sempre ricominciare ad accoglierlo, sperando sempre in una miglior fecondità per il domani; un campo che almeno intende e vuole dare i frutti che il Divino Seminatore si aspetta.
    A noi, che andiamo abitualmente alla scuola di Gesù, è dato di conoscere i misteri del Regno dei cieli: su di noi la parola di Dio discende senza avarizia, e la nostra appartenenza ecclesiale ci consente di capirla nella sua verità. Preghiamo perché non discenda inutilmente e perché la nostra comprensione non resti puramente intellettuale, ma investa tutto il nostro essere e il nostro agire.
    Preghiamo perché anche per noi si avveri quanto sta scritto nelle profezie di Isaia: Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigata la terra e averla fecondata..., così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.
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    Omelia XIV Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 11, 25-30)

    30/06/2026 | 7min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8539

    OMELIA XIV DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 11, 25-30)
    di Giacomo Biffi
     
    Le frasi di Matteo, che abbiamo ascoltato, sono tra le più affascinanti e le più ricche di insegnamento di tutti i vangeli. Da queste poche parole tutti i libri umani vengono oltrepassati; tutti i complicati pensieri, tutte le analisi erudite dei dotti sbiadiscono davanti alla loro luce; tutto il multiloquio, che si rovescia quotidianamente su di noi da parte dei vari mezzi moderni di comunicazione, nel confronto rivela la sua spaventosa vuotezza. Purché si sappiano davvero capire. La loro profondità è immensa. Forse solo la Vergine Maria, creatura "piccola" resa grande da Dio, ha potuto esaurirne davvero l'intelligibilità. Qui siamo di fronte a una sapienza diversa da quella che si impone nel mondo: una sapienza così sublime da esigere una speciale illuminazione dall'alto per essere percepita e assimilata. Alla Madre di Dio chiediamo di accostarci a queste frasi con l'umiltà di cuore, che è stata sua, e con lo stesso desiderio di aprirsi alla verità divina che ha connotato ogni giorno del suo pellegrinaggio terrestre.
    CI È INDISPENSABILE UN ANIMO SEMPLICE E LIMPIDO
    Ti benedico, o Padre... perché hai tenuto nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli (Mt 11,25). Queste cose sono i misteri del Regno, è il disegno che l'amore del Padre ha pensato per noi, è il senso ultimo e vero dell'universo, è la strada sulla quale possiamo arrivare a salvarci.
    Avvertiamo in queste parole l'eco del canto di colei che un giorno aveva magnificato Dio perché ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili (Lc 1,52). Vedete come il Figlio assomigli spiritualmente alla Madre, così come doveva perfettamente assomigliare a lei nelle fattezze del volto. Vedete come il cuore e la mentalità di Maria siano vicini e conformi al cuore e alla mentalità di Gesù. Vedete come l'originalità e la carica rivoluzionaria della predicazione di Cristo siano state anticipate dall'intuizione affettuosa di colei che già era stata proclamata piena di grazia.
    Non ci meraviglia: nella Vergine del Magnificat noi ascoltiamo lo stesso Spirito Santo "che è Signore e dà la vita", e che, avendo già "parlato per mezzo dei profeti", nella pienezza dei tempi è disceso su Maria nell'Annunciazione ed è disceso su Gesù, nel battesimo del Giordano, sospingendolo nel mondo a compiere la sua missione di Maestro e di Redentore (cf. Lc 4,1.14).
    Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra... Che cosa dice Gesù con questa frase che, a ben guardare, è al tempo stesso tremenda e consolante? Dice in sostanza: "Ti ringrazio, o Dio, perché ti è piaciuto distribuire tra noi le tenebre e la luce, la finezza di spirito e l'ottusità, l'attitudine a capire il significato vero delle cose, degli accadimenti, delle idee e la totale incomprensione, non secondo le regole mondane consuete, con le quali solitamente troviamo avvantaggiati i ricchi di mezzi, di cultura, di appoggi, ma secondo principi nuovi e stupefacenti, che smentiscono tutte le attese terrene e capovolgono l'ordine dei valori comunemente riconosciuto".
    Chi sono, secondo Gesù, quelli che più faticano a interpretare la cifra dell'esistenza, a intendere il linguaggio di Dio, a percepire la fondamentale dimensione religiosa dell'universo senza della quale niente nella vita si capisce davvero? Chi sono i "sapienti" e gli "intelligenti", di cui qui si parla?
    Sono quelli che sanno, e più ancora quelli che sanno di sapere. Sono quelli che, essendo troppo furbi, troppo informati e troppo complicati, non riescono più a cogliere la semplicità disarmante del progetto del Padre. Sono quelli che sono così bravi a discutere e a indagare tutta l'esteriore complicazione della dottrina evangelica e della vicenda ecclesiale, che non sono più in grado di vedere e gustare l'interiore linearità e il candore della parola divina che salva, né la soprannaturale bellezza della Sposa amata dal Signore, che è la Chiesa.
    Certo, qui non si condanna l'onesta ricerca intellettuale né si vuol infierire sugli smarrimenti e sulle nebbie che possono affliggere talvolta anche gli animi meglio intenzionati. Siamo piuttosto messi in guardia dall'aridità di cuore, dall'orgoglio, dal sottile egoismo, dallo spirito di amara contestazione, che spesso colpiscono e accecano coloro che, in virtù dei loro studi e del loro prestigio culturale, credono di vedere meglio degli altri in materia di fede e di poter giudicare con voce più autorevole. 
    Nella cristianità non mancano quelli che fanno delle loro frequentazioni bibliche o teologiche le premesse a un atteggiamento di critica e di rancore. Come c'è chi si occupa di religione e di mondo ecclesiastico, ma sembra ricavarne soltanto, per sé e per gli altri, dubbio, disorientamento, sterile problematicismo. Sono api snaturate che dal nettare delle parole ispirate e dai fiori della vita ecclesiale pare sappiano trarre solo aceto aspro e attossicante.
    Di tutti costoro - tra i quali per qualche aspetto e per qualche momento possiamo essere annoverati tutti - Gesù dice: sono i "sapienti" e gli "intelligenti", cui il Padre si compiace di tenere nascosti i suoi vitali segreti.
    IMITIAMO LO SGUARDO UMILE DI MARIA
    Ma allora i "sapienti" e gli "intelligenti" non hanno posto nel Regno di Dio? No, c'è posto anche per loro, perché nel Regno di Dio c'è posto per tutti.
    C'è posto anche per loro, purché cerchino di diventare "piccoli"; purché usino della loro scienza e della loro acutezza per contemplare con occhio limpido la verità totale e per superare le inutili complicazioni; purché non si prendano troppo sul serio; purché non si dimentichino che per il Signore del cielo e della terra la fede viva degli animi retti ha un valore infinitamente più grande di tutti i libri e di tutte le discussioni; purché non si chiudano in consorterie impenetrabili e sprezzanti; purché non abbiano nessun atteggiamento di disistima o di sufficienza verso la religione tradizionale, la pietà e il buon senso degli umili, che sono i preferiti di Cristo e i privilegiati del Padre. Domandiamo per intercessione di Maria l'umiltà e la mitezza del suo cuore, che è stato il più conforme al cuore dell'amatissimo Figlio. Allora potremo, come Maria, vedere la realtà con gli occhi stessi dell'Unigenito, il solo che sa davvero guardare dentro il mistero di Dio. Allora, nelle fatiche dell'esistenza e nelle difficoltà della vita di fede, troveremo il ristoro che ci è stato promesso. Allora la legge evangelica dell'amore, cui ci siamo sottomessi accettando come norma dell'esistenza l'ideale cristiano, sarà per noi veramente un "giogo dolce" e un "carico leggero".
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    Omelia XIII Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 10, 37-42)

    23/06/2026 | 6min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8538

    OMELIA XIII DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 10, 37-42)
    di Giacomo Biffi
     
    Le parole del Signore, che qui sono state proclamate, ci invitano a riflettere su tre fondamentali argomenti: l'unità e indivisibilità del progetto con cui Dio ci salva, la centralità di Cristo per la nostra vita, la maniera migliore di affrontare il momento della prova e della pena.
    NON SI DÀ DIO SENZA CRISTO, NÉ CRISTO SENZA CHIESA
    Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato (Mt 10,40). Con questa frase Gesù ci chiarisce la stretta connessione che c'è tra Dio, Padre e Creatore di tutti, e lui, il Figlio unigenito di Dio, mandato nel mondo per la nostra liberazione; e la stretta connessione che c'è tra lui, Redentore e Signore unico dell'universo, e i suoi apostoli, da lui inviati in mezzo agli uomini a rendere in ogni tempo presente e operante la sua parola di verità e la sua grazia.
    Come si vede, la Chiesa, fondata sugli apostoli, non è separabile da Cristo, come Cristo non è separabile dal Padre. Nella concretezza dell'esistenza è difficile che uno possa credere sul serio in Dio - non in un Dio sbiadito e lontano, che non entra nella nostra vicenda, ma nel Dio vivo e vero, che non solo è all'origine delle cose, ma in ogni momento ci dà le regole giuste di vita e ci chiama a partecipare al suo destino - senza credere al tempo stesso in Gesù crocifisso e risorto, Figlio vero di Dio, unica fonte della nostra libertà e della nostra gioia. Ed è ancora più difficile che uno possa accettare Cristo - non il Cristo ridotto a essere soltanto un uomo buono, profeta di pacifismo e di umanitarismo, ma il Cristo vero, che è Dio, centro dei nostri cuori e giudice delle nostre azioni - senza riconoscere nella Chiesa la sua opera e la sua eredità, che in modo garantito ci dona e ci attualizza la sua luce, la sua forza, la sua speranza, la sua consolazione.
    La verità è indivisibile e, nella realtà delle cose, tutto si implica: rifiutare la Chiesa significa rifiutare il Salvatore del mondo; rifiutare Cristo significa rifiutare Dio; rifiutare Dio significa porre le premesse di una società assurda e disumana, come la storia di questo secolo si è incaricata di dimostrare all'evidenza.
    SE SIAMO DI CRISTO, TUTTA LA NOSTRA VITA VA GIOCATA PER LUI
    Le altre espressioni del Vangelo, che oggi abbiamo ascoltato, sono come la spiegazione e il commento autentico all'invocazione che all'inizio della messa abbiamo rivolto a Gesù Cristo, forse senza pensare troppo alla serietà e all'importanza di ciò che dicevamo: "Tu solo il Signore".
    Gesù è il Signore, e noi siamo fatti per lui. La nostra esistenza è tutta un servizio reso alla sua regalità.
    Quando veniamo in chiesa la domenica per ricordarci di lui e del suo sacrificio, non gli facciamo un favore:
    gli diamo semplicemente quello che gli spetta. Pregarlo non vuol dire compiere un gesto gratuito di cortesia nei suoi confronti; vuol dire avere l'intelligenza di riconoscere le cose come stanno e di comportarci in un modo che è al tempo stesso doveroso e conveniente per noi. Osservare i suoi comandamenti - che tutti si riassumono nell'amore di Dio e del prossimo - non è un atto di generosità da parte nostra o la scelta di una linea facoltativa di comportamento; è fare quello che è necessario fare, se vogliamo non imbrogliare noi stessi e non tradire la nostra stessa natura.
    Gesù è il solo Signore: non abbiamo dunque e non vogliamo avere altri padroni, perché abbiamo già lui; non abbiamo e non vogliamo avere altre appartenenze, perché siamo già suoi; non abbiamo e non vogliamo avere alcuna ideologia che pretenda di spiegarci il senso ultimo delle cose, perché abbiamo già il suo Vangelo; non abbiamo e non vogliamo avere altri motivi di fiducia e altri appoggi, perché lui è la sola sorgente della speranza che non delude.
    Gesù è il destinatario di tutta la nostra capacità di donazione e di affetto. Nessuno, in tutta la storia umana (che pure ha visto sfilare molti prepotenti, esaltati, falsi messia, personalità che pretendevano di essere oggetto di culto), ha osato pronunciare le parole che abbiamo raccolto dalle labbra del nostro Maestro: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me (Mt 10,37). Nessuno, in tutta la storia umana (che pure ha visto il succedersi di capi dalle
    mirabolanti promesse di giustizia, di pace, di avvenire illuminato dal sole del progresso), è arrivato a dichiarare quanto ci è stato detto da Cristo: Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà (Mt 10,39).
    Come si vede, Gesù è un unico caso, è un caso serio, è un caso che ci costringe drammaticamente a riflettere: stare dalla sua parte o non stare dalla sua parte comporta un mutamento radicale della nostra sorte. Davanti a Cristo non è possibile restare neutrali; e riconoscerlo per quello che è, non solo a parole ma con le opere e la vita intera, vuol dire assicurarsi la vera e definitiva salvezza.
    CON CRISTO, LA CROCE È RICCA DI SENSO; SENZA CRISTO, È DISPERAZIONE
    Il terzo insegnamento che raccogliamo oggi dalla pagina di Vangelo riguarda la croce: Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me (Mt 10,38).
    Anche su questo punto occorre essere molto chiari. La croce, cioè la sofferenza, non è una prerogativa dei cristiani: è un'esperienza che tocca tutti. Credenti o non credenti, presto o tardi tutti si imbattono nel dolore, nei disagi umilianti della vecchiaia, nella morte. La differenza è che chi non crede, davanti alla sua croce non può che disperarsi o abbandonarsi a un'orgogliosa amarezza. Chi crede invece può "prendere la sua croce" come un mezzo prezioso per purificarsi e affinarsi interiormente, per irrobustirsi nell'anima, per collaborare con Cristo alla redenzione del mondo, per disporre il suo cuore a una felicità futura più grande.
    Come si sarà notato, sono tutte lezioni forti e severe. Ma è così che il Signore ci aiuta a crescere e a rendere più ricchi di senso i nostri giorni.
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    Omelia XII Domenica T. Ord. - Anno A (Mt 10, 26-33)

    16/06/2026 | 6min
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8537

    OMELIA XII DOMENICA T. ORD. - ANNO A (Mt 10, 26-33)
    di Giacomo Biffi
     
    Il brano evangelico che è offerto oggi alla nostra meditazione è, per così dire, "compilatorio"; si compone cioè di tre distinte frasi del Signore, che san Matteo ha raccolto nella medesima pagina. Non sono pensieri logicamente concatenati; è anzi verosimile che siano stati enunciati in occasioni diverse e in contesti non omogenei. Ma sono tre insegnamenti ugualmente preziosi: tutti e tre meritano la nostra attenta riflessione.
    1) PROCLAMARE APERTAMENTE IL VANGELO
    Un primo ammonimento riguarda la pubblicità da dare al messaggio cristiano.
    Se leggiamo con attenzione il Vangelo, notiamo che Gesù, specialmente nella prima parte del suo ministero, ha proposto il suo annuncio di salvezza con gradualità e talvolta perfino con circospezione, per non suscitare immediate reazioni negative che gli avrebbero impedito di proseguire la sua missione. Spesso parlava soltanto in parabole, riservando le spiegazioni esaurienti agli incontri privati con il gruppetto dei fedelissimi.
    Ma questa reticenza era soltanto una cautela legata agli inizi: non doveva diventare una caratteristica permanente. Dopo la mia risurrezione - così ci dice il Signore - ciò che io ho sussurrato all'interno delle abitazioni, voi lo ripeterete sui tetti, cioè sulle terrazze che coprono le vostre case; vale a dire, lo proclamerete pubblicamente. Perché non c'è nulla di quanto avete sentito in segreto, che non debba essere manifestato (cf. Mt 10,26).
    In altre parole, l'ideale di Cristo non è una Chiesa "sotterranea", che nel timore di apparire invadente e oppressiva si riduca a essere muta; il suo ideale è una Chiesa dalla voce chiara e forte, che si faccia udire da tutti. Egli non vagheggia una Chiesa che, per evitare il trionfalismo e l'ostentazione, si limiti a ripetere con discrezione i luoghi comuni, che già corrono sulle labbra di tutti, o gli slogan universalmente sbandierati; egli ha di mira una Chiesa che abbia il coraggio di proporre energicamente la novità del Vangelo senza attenuazioni e senza sconti.
    E se anche è contraddetta o disprezzata dai padroni del sapere e della comunicazione, non si rassegna mai al silenzio pavido o all'attitudine riverenziale di fronte alla cultura dominante. Anzi, non teme neppure di apparire retrograda o "stolta" agli occhi del mondo, perché sa che proprio con la stoltezza della predicazione è piaciuto a Dio di salvare i credenti (1 Cor 1,21).
    2) CONFIDARE NEL SIGNORE
    Poi il Signore ci dice: Non abbiate paura. Questa esortazione ci viene direttamente dalla mattina di Pasqua: l'angelo annunciatore della risurrezione la rivolge alle donne sbigottite, chiamate a diventare le prime testimoni dell'avvenimento centrale della storia.
    È un invito che è ripetuto anche a noi: Non abbiate paura.
    Certo, abbiamo mille ragioni per temere, noi che dobbiamo e vogliamo vivere da cittadini del Regno di Dio in una società che sembra ancora per molti aspetti sotto la tirannia del demonio, il Principe di questo mondo, per usare una parola di Gesù che siamo facili a censurare.
    Noi non siamo gente spavalda, che ha il gusto di sfidare le contrarietà e le incomprensioni; siamo solo gente che si sforza di vivere nella fede e nella speranza. Per questo, e solo per questo, affrontiamo con fiducia tutte le difficoltà dell'esistenza.
    Il cristiano sa che il suo destino vero, e tutto ciò che nella sua vita ha un'importanza reale e definitiva, è nelle mani del Padre; e questo gli basta. Quello che possono fargli gli uomini, concerne solo aspetti secondari e provvisori della sua avventura umana, e dunque non deve arrivare a turbarlo.
    Egli non si lascia né incantare dai personaggi di rilievo che pretendono il culto della loro personalità, né atterrire dai prepotenti che vogliono piegare gli altri ai loro voleri con l'intimidazione, perché il suo unico incantatore e il suo unico re è il Signore Gesù.
    Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, ha detto con una certa ruvidità il profeta Geremia. E Gesù aggiunge: Non abbiate paura di nessuno, neppure di quelli che uccidono il corpo.
    Questa è la forza cristiana. Il discepolo di Cristo cerca di essere per gli altri fonte di incoraggiamento; ma lui personalmente non appoggia mai sugli altri la sua sicurezza, ma sul suo Salvatore. Il discepolo di Cristo rifugge dalla violenza; ma nessuna violenza riesce davvero a intimorirlo.
    Naturalmente questo è solo un ideale: nella realtà noi conosciamo di essere da noi stessi deboli, pieni di ansie e di perplessità. È un ideale e un dono da chiedere nella preghiera: quello di essere sempre forti in colui che ci dà la forza (cf. Fil 4,13).
    3) LA CENTRALITÀ DI GESÙ CRISTO
    Il terzo insegnamento, che oggi ci viene impartito, è il più importante di tutti, e riguarda la centralità di Cristo e del suo mistero. Non su delle idee, non su dei "valori", non su dei sentimenti di solidarietà, di dialogo, di pace, si gioca davvero la nostra vita temporale e la nostra eternità.
    La nostra sorte e il nostro più autentico pregio dipendono dalla capacità di restare integralmente fedeli al Figlio di Dio, per noi morto e risorto, e di rendergli testimonianza davanti a tutti.
    Ecco che cosa è il cristianesimo: è rapporto totalizzante con un uomo che è vivo, che è Dio, che è Signore dell'universo; uno che può "riconoscerci" davanti al Padre, ma che prima vuol essere "riconosciuto".
    Gesù primariamente non ci ha proposto una dottrina da accogliere, ma una persona da amare. Non ha fondato una scuola di filosofia, un'organizzazione umanitaria o una società di mutuo soccorso: ha chiesto a noi e a tutti una decisione definitiva per lui. Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli (Mt 10,32).
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