C’è una regola in finanza che non ammette eccezioni: se guardi solo un lato del bilancio, prima o poi vieni travolto dall’altro. È da lì che nascono i veri disastri, ed è lo stesso meccanismo che oggi sta emergendo dietro il crollo di Bitcoin, alle liquidazioni con leva per oltre 6,7 miliardi di dollari e alle letture opposte che arrivano dai grandi nomi della finanza globale. Da un lato Michael Burry, che parla apertamente di “spirale mortale”, dall’altro Michael Saylor, con una delle più grandi esposizioni in Bitcoin al mondo, mentre Paul Krugman richiama addirittura il Fimbulwinter della mitologia norrena per descrivere la fase che stiamo attraversando. In mezzo non c’è una risposta semplice, né una previsione di prezzo, ma una struttura che pochi spiegano davvero: il mismatch tra attività e passività. È lo stesso principio che ha fatto saltare Lehman Brothers nel 2008 e Silicon Valley Bank nel 2023, ed è ciò che trasforma un normale drawdown di mercato in una spirale autoalimentata di vendite forzate, margin call e corsa al dollaro. Quando le attività scendono ma le passività restano inchiodate, il prezzo smette di essere il problema e diventa solo la conseguenza. Da qui passano anche il ruolo delle treasury company, il tema della leva, il contagio tra crypto e metalli, la differenza tra panico e meccanica finanziaria e, soprattutto, ciò che questo significa davvero per chi investe: non cosa comprare o vendere, ma dove si nasconde il rischio strutturale che quasi nessuno guarda. Perché alla fine la domanda giusta non è “quanto può scendere”, ma “quali sono le passività”, ed è lì, sempre lì, che si trova la verità.
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